La vitamina della luce

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All’epoca in cui fu scoperta  la Vitamina D, venne chiamata “vitamina della luce solare”in onore al fatto che in passato, prima dell’avvento degli antibiotici, la cura con il sole era l’unico metodo in grado di fronteggiare la tubercolosi. Successivamente fu scoperto che lo stesso  “trattamento solare” aveva effetti benefici non soltanto sulla tubercolosi, ma anche su un’altra grave malattia dell’epoca industriale denominata rachitismo,  caratterizzata da notevoli deformità alle ossa dei bambini a causa della mancata trasformazione rigida dell’osso. Dal secolo scorso ad oggi, le ricerche su questa “amina vitale” hanno individuato molti altri importanti benefici che la rendono fondamentale

La vitamina D non serve solo a fissare il calcio nelle ossa, una funzione che pure è fondamentale per prevenire il rachitismo nei bambini e l’osteoporosi negli anziani. Nella sua forma attivata, la vitamina agisce in realtà come un ormone che regola vari organi e sistemi e ha un’azione modulante nei confronti dell’infiammazione e del sistema immunitario. Una sua carenza è stata associata a diversi tipi di malattie, dal diabete all’infarto, dall’Alzheimer all’asma o alla sclerosi multipla.

COME SI FORMA

Un terzo del fabbisogno giornaliero di vitamina D proviene dall’alimentazione. I cibi in cui se ne trova di più – oltre a quelli che ne sono arricchiti a livello industriale, come molti cereali per la prima colazione – sono i pesci grassi (come salmone, sgombro e aringa), il tuorlo d’uovo e il fegato.

Tutto il resto si forma nella pelle a partire da un grasso simile al colesterolo che viene trasformato per effetto dell’esposizione ai raggi UVB. Una volta prodotta nella cute o assorbita a livello intestinale, la vitamina D passa nel sangue. Qui una proteina specifica la trasporta fino al fegato e al rene, dove viene attivata.

COME FUNZIONA

Per quanto se ne conoscano le proprietà antinfiammatorie e l’azione sul sistema immunitario, non è ancora ben chiaro come la vitamina D agisca a livello dei diversi sistemi.
Soprattutto, quello che ancora bisogna capire è se sia proprio la sostanza stessa a produrre direttamente tanti benefici o se, piuttosto, una sua alta concentrazione nel sangue sia soltanto un indicatore indiretto di abitudini più sane, come un’alimentazione più salutare, tempo trascorso all’aria aperta, maggiore attività fisica e minore indice di massa corporea (BMI)

Quello che è chiaro  ad oggi che l’essere in sovrappeso o ancora peggio obesi ci rende carenti di vitamina D

QUANDO E IN CHE QUANTITA’ PRENDERE GLI INTEGRATORI

Le società scientifiche italiane  definiscono ottimali i livelli sierici di vitamina D ≥30ng/mL, sotto questo valore si ha  carenza/insufficienza  Suggeriscono, inoltre, l’assunzione a scopo preventivo di vitamina D in alcune fasce di popolazione, anziani e donne in post-menopausa, indipendentemente dalle condizioni cliniche e dalla conoscenza dei livelli sierici. Nel caso di carenza, raccomandano una dose terapeutica “di attacco” di 400.000- 600.000 unità internazionali (UI) da somministrare nell’arco di 8 settimane, seguita da una dose di mantenimento tra le 1.000 e le 4.000 UI giornaliere.

 I dati sulla necessità di integrazione sono ancora molto divergenti e hanno creato  molta confusione in ambito scientifico,ma occorre comunque ricordare circa il 90% del fabbisogno di vitamina D si ottiene  per sintesi a livello cutaneo grazie all’esposizione solare. Nell’impossibilità di consigliare una “dose” di esposizione solare sicura e al tempo stesso sufficiente a coprire il fabbisogno annuale, dato l’enorme numero di variabili in gioco (orario di esposizione, colore della pelle, superficie esposta, creme solari, stagione, ecc.), i principali organismi scientifici  hanno elaborato il fabbisogno di vitamina D in condizioni di esposizione solare minima. Nella vita reale, la maggior parte della popolazione si espone al sole per periodi adeguati a garantire livelli sierici sufficienti. Brevi sessioni estive di esposizione (~15 minuti 3 volte a settimana), anche delle sole aree del corpo solitamente scoperte (braccia, testa, collo), sarebbero sufficienti ad assicurare livelli  ≥20ng/mL in Paesi alle latitudini nordiche.

Anna

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